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Pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1976, Autobiografia di un picchiatore fascista di Giulio Salierno, viene oggi ripresentato da minimum fax. Il libro racconta la parabola dell’autore che, da giovane attivista dell’Msi con la fissazione di uccidere Audisio, finisce per ammazzare un ragazzo qualunque, senza neppure una motivazione politica. Appena diciottenne Salierno fugge, dunque, in Francia in compagnia del camerata complice dell’omicidio, con l’intenzione di arruolarsi nella Legione straniera. Vengono, però, entrambi arrestati dall’Interpol, incarcerati in Algeria e ricondotti in Italia. Qui, sono condannati a trent’anni di reclusione. Da questa terribile esperienza Salierno, tuttavia, riesce a trovare la forza per cambiare radicalmente la propria vita. Studiando i testi classici di Marx, Gramsci, Lenin e Foucault, rivede le proprie posizioni ideologiche e incomincia un percorso che lo porterà ad ottenere la grazia nel 1968, dopo tredici anni di prigione, e a combattere per tutta la vita per i diritti dei carcerati e non solo. Condurrà, per esempio, a fianco di Franco Basaglia, la lotta contro l’istituzione dei manicomi.
Nella prefazione alla nuova edizione, Sergio Luzzatto, definisce giustamente il testo di una “provocatoria inattualità”. In effetti se osserviamo le categorie, le divisioni e, perfino, molti dei termini utilizzati, non possiamo non essere d’accordo con lui. In questo senso, il libro ci arriva da un passato che pare addirittura più remoto di quanto non sia da un punto di vista strettamente cronologico.
Purtroppo, però, l’immagine del “picchiatore fascista” torna ora alla ribalta con i ripetuti e sempre più frequenti attacchi ad extracomunitari, senza tetto, gay, insomma a tutti gli obiettivi classici del razzismo dell’estrema destra. Naturalmente la distanza tra i picchiatori di oggi e gli squadristi di un tempo è, per molti versi, abissale. Se i fascisti degli anni cinquanta, oltre a praticare la violenza quasi come religione, discutevano di politica, facevano dei progetti, coltivavano delle idee (per quanto distorte e malsane), le cricche di delinquenti che danno fuoco ai vagabondi o si accaniscono contro i venditori di rose del Bangladesh, ai giorni nostri, mostrano piuttosto le facce pulite da bravi ragazzi e lo sguardo vacuo di chi è cresciuto davanti alla televisione.
E’ vero quindi che le differenze ci sono e che tentare facili parallelismi può apparire superficiale. Non a caso un diciottenne aggressivo e pericoloso come Salierno ha potuto compiere un cammino tanto importante mentre i picchiatori razzisti di oggi paiono totalmente privi dell’idealismo, seppure corrotto, che muoveva i militanti di allora.
Eppure i simboli ritornano: svastiche, fasci littori, saluti romani e così via. Ecco allora che un testo, che potrebbe sembrare datato, può anche all’improvviso tornare, per certi versi, quasi d’attualità. Almeno nella misura nella quale mostra una risposta altamente etica ad un bisogno di sfogare una forte carica di brutalità, laddove attuale è, purtroppo, l’istinto violento e non la riflessione che ne segue. Ma il percorso di redenzione morale dell’autore inizia, guarda caso, inizia nelle carceri algerine. Qui, Salierno incomincia, da prigioniero, ad osservare i detenuti arabi con occhi diversi. In fondo, l’incontro con l’altro è il più antico ed efficace antidoto al razzismo. Ed è proprio questo l’insegnamento (si tratti di extracomunitari, di carcerati, di derelitti o di barboni) che oggi è più prezioso che mai.
Da qui l’autore seppe, poi, proseguire sulla difficile strada di una ricostruzione culturale ed esistenziale fino a diventare un sociologo di fama internazionale. Ciò che si deve sperare sia rimasto intatto e vitale è dunque, proprio questo messaggio, ovvero l’invito a trasformare una rabbia cieca, capace di sfociare solo nell’odio e nella distruzione in una forza diretta a cambiare la società. L’idea che una rivoluzione non debba essere compiuta solo con le armi in pugno ma anche attraverso la difesa degli ultimi, dei poveri, dei malati di mente, dei carcerati.
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