S.O.S. Razzismo Comitato Keplero

Politica ed attualità
Esclusione e "Social Card". La deriva del "diritto differenziale" PDF Stampa E-mail
Giovedì 18 Dicembre 2008 19:48
I recenti provvedimenti assunti dal governo attraverso il cosiddetto "decreto legge anticrisi", che restringono ai soli cittadini italiani residenti l’accesso alle pur limitate prestazioni della "social card", configurano, di fatto, un istituto fondato su un meccanismo discriminatorio.

La gravità delle misure governative è rappresentata dal tentativo di riproporre la cittadinanza italiana come requisito di accesso ai diritti fondamentali; tentativo che è una pressione costante sul diritto, ma che rischia oggi di prestare legittimazione ad interventi analoghi proposti a livello di amministrazione centrale e locale.

Sotto il profilo strettamente formale, è evidente il contrasto di queste disposizioni con i principi generali di non discriminazione e di parità di trattamento, sanciti dalla carta costituzionale e dalle convenzioni, dai trattati internazionali ratificati dal nostro paese. Senza considerare le violazioni che queste stesse disposizioni determinano relativamente a normative interne come quelle riguardanti i cittadini non comunitari lungo soggiornanti, i rifugiati, fino a risultare in contrasto con lo stesso Testo Unico in materia di immigrazione.
 
CASTEL VOLTURNO: SI CACCIANO I MIGRANTI PER FAR SPAZIO ALLA SPECULAZIONE EDILIZIA PDF Stampa E-mail
Lunedì 01 Dicembre 2008 11:02
Non si tratta di razzismo né di guerra fra clan criminali italiani e africani; il progetto è diverso: allontanare i migranti dal territorio affinché si possa procedere più facilmente ai mega-programmi di riqualificazione del litorale domizio, che faranno affluire milioni di euro sui cui la camorra casertana ha già messo gli occhi. L’aveva spiegato oltre due mesi fa il missionario comboniano p. Giorgio Poletti, intervistato da Adista all’indomani della strage di Castelvolturno dello scorso 18 settembre (quando alcuni killer, probabilmente affiliati al clan dei casalesi, uccisero sei migranti – quattro ghanesi e due togolesi – che si trovavano all’interno di una sartoria del popoloso centro campano; v. Adista n. 67/08). Parole che allora si persero nelle analisi e nelle cronache della ‘grande informazione’ - pronta a sposare subito la tesi precostituita della guerra fra clan - ma che ora risultano quasi profetiche.
 
LA VIOLENZA SPIRITUALE DEL VATICANO CONTRO LE DONNE PDF Stampa E-mail
Lunedì 01 Dicembre 2008 10:55

Il Vaticano ha adottato ciò che risulta essere una politica di “tolleranza zero” contro quei cattolici che difendono attivamente l’ordinazione delle donne, in particolare contro chiunque sia impegnato nel movimento Roman Catholic Womenpriests che, negli ultimi tre anni, ha ordinato negli Stati Uniti 35 donne. Questo movimento ha preso il via nel giugno 2002, quando sette donne sono state ordinate da alcuni vescovi cattolici in Austria. In seguito, alcune di queste donne hanno ricevuto la consacrazione episcopale da questi stessi vescovi ed esse, a loro volta, hanno ordinato altre donne prete. Da ciò si è sviluppato un movimento sempre più organizzato che sta elaborando la visione teologica della Chiesa che si spera di generare, e impostando le procedure formali per la formazione e la preparazione al ministero di quante aspirano ad essere ordinate nella propria comunità.

Il Vaticano ha scomunicato sommariamente le prime sette donne ordinate nel 2002. Man mano che ne venivano ordinate altre, è restato all’inizio in silenzio e poi ha decretato che qualunque donna venisse ordinata in questo movimento sarebbe stata automaticamente scomunicata, come pure chiunque lo appoggiasse. Ciò ha risparmiato alle autorità ecclesiastiche la noia di affrontare individualmente ognuno di questi casi. Tuttavia, nel corso dell’ultimo mese hanno intensificato la loro campagna contro l’ordinazione femminile in risposta al prete di Maryknoll, padre Roy Bourgeois, che il 9 agosto a Lexington, Kentucky, ha concelebrato la messa in cui è stata ordinata la sua vecchia amica, Sevre-Duszynska.

Padre Bourgeois ha anche predicato l’omelia alla messa dell’ordinazione, denunciando il rifiuto della Chiesa a ordinare le donne come un peccato paragonabile a quello del razzismo. “Il sessismo è un peccato”, ha dichiarato.

 
Libri / Autobiografia di un picchiatote fascista PDF Stampa E-mail
Venerdì 28 Novembre 2008 22:34
Pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1976, Autobiografia di un picchiatore fascista di Giulio Salierno, viene oggi ripresentato da minimum fax. Il libro racconta la parabola dell’autore che, da giovane attivista dell’Msi con la fissazione di uccidere Audisio, finisce per ammazzare un ragazzo qualunque, senza neppure una motivazione politica. Appena diciottenne Salierno fugge, dunque, in Francia in compagnia del camerata complice dell’omicidio, con l’intenzione di arruolarsi nella Legione straniera. Vengono, però, entrambi arrestati dall’Interpol, incarcerati in Algeria e ricondotti in Italia. Qui, sono condannati a trent’anni di reclusione. Da questa terribile esperienza Salierno, tuttavia, riesce a trovare la forza per cambiare radicalmente la propria vita. Studiando i testi classici di Marx, Gramsci, Lenin e Foucault, rivede le proprie posizioni ideologiche e incomincia un percorso che lo porterà ad ottenere la grazia nel 1968, dopo tredici anni di prigione, e a combattere per tutta la vita per i diritti dei carcerati e non solo. Condurrà, per esempio, a fianco di Franco Basaglia, la lotta contro l’istituzione dei manicomi.

Nella prefazione alla nuova edizione, Sergio Luzzatto, definisce giustamente il testo di una “provocatoria inattualità”. In effetti se osserviamo le categorie, le divisioni e, perfino, molti dei termini utilizzati, non possiamo non essere d’accordo con lui. In questo senso, il libro ci arriva da un passato che pare addirittura più remoto di quanto non sia da un punto di vista strettamente cronologico.

Purtroppo, però, l’immagine del “picchiatore fascista” torna ora alla ribalta con i ripetuti e sempre più frequenti attacchi ad extracomunitari, senza tetto, gay, insomma a tutti gli obiettivi classici del razzismo dell’estrema destra. Naturalmente la distanza tra i picchiatori di oggi e gli squadristi di un tempo è, per molti versi, abissale. Se i fascisti degli anni cinquanta, oltre a praticare la violenza quasi come religione, discutevano di politica, facevano dei progetti, coltivavano delle idee (per quanto distorte e malsane), le cricche di delinquenti che danno fuoco ai vagabondi o si accaniscono contro i venditori di rose del Bangladesh, ai giorni nostri, mostrano piuttosto le facce pulite da bravi ragazzi e lo sguardo vacuo di chi è cresciuto davanti alla televisione.

E’ vero quindi che le differenze ci sono e che tentare facili parallelismi può apparire superficiale. Non a caso un diciottenne aggressivo e pericoloso come Salierno ha potuto compiere un cammino tanto importante mentre i picchiatori razzisti di oggi paiono totalmente privi dell’idealismo, seppure corrotto, che muoveva i militanti di allora.

Eppure i simboli ritornano: svastiche, fasci littori, saluti romani e così via. Ecco allora che un testo, che potrebbe sembrare datato, può anche all’improvviso tornare, per certi versi, quasi d’attualità. Almeno nella misura  nella quale mostra una risposta altamente etica ad un bisogno di sfogare una forte carica di brutalità, laddove attuale è, purtroppo, l’istinto violento e non la riflessione che ne segue. Ma il percorso di redenzione morale dell’autore inizia, guarda caso, inizia nelle carceri algerine. Qui, Salierno incomincia, da prigioniero, ad osservare i detenuti arabi con occhi diversi. In fondo, l’incontro con l’altro è il più antico ed efficace antidoto al razzismo. Ed è proprio questo l’insegnamento (si tratti di extracomunitari, di carcerati, di derelitti o di barboni) che oggi è più prezioso che mai.

Da qui l’autore seppe, poi, proseguire sulla difficile strada di una ricostruzione culturale ed esistenziale fino a diventare un sociologo di fama internazionale. Ciò che si deve sperare sia rimasto intatto e vitale è dunque, proprio questo messaggio, ovvero l’invito a trasformare una rabbia cieca, capace di sfociare solo nell’odio e nella distruzione in una forza diretta a cambiare la società.  L’idea che una rivoluzione non debba essere compiuta solo con le armi in pugno ma anche attraverso la difesa degli ultimi, dei poveri, dei malati di mente, dei carcerati.

 

 
 


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